Lo strano caso del Decreto Legge Sacchetti di Plastica

Voi non sapete, ma ora ve lo sto dicendo, che per motivi di famiglia  negli ultimi mesi ho cambiato lavoro e vita. Faccio un lavoro molto diverso da quello che ho fatto sino ad oggi. La mie competenze  professionali resteranno sempre, cosi come resterà la mia esperienza maturata in più di 30 anni di  professione nel mondo della musica.

Ogni tanto fa molto bene cambiare vita, ti rigenera e ti fa conoscere cose nuove e ti avvicina al mondo del lavoro e a vite e mondi molto diverse da quelle conosciute sino ad oggi. Ma  ti fa anche scoprire come in Italia cambia il settore… ma le assurdità e la follia tutta italiana resta la stessa.

Ora comunque sono un produttore di quel materiale del diavolo che si chiama sacchetto di plastica… e volevo attirare la vostra attenzione su uno strano caso, con la speranza che parlarne ci aiuti a fare luce su tutta questa vicenda, e sopratutto che a causa della stessa io non sia  frattempo andato a d ingrossare le fila di quel milione di disoccupati che si stanno producendo in Italia in questi mesi, in compagnia di altri 13 lavoratori e relative famiglie.

Cosa non va nel nuovo decreto sugli shopper biodegradabili?

Il 13 gennaio il governo Monti, su proposta del Ministro Clini e Passera, ha approvato un decreto legge che impone l’uso degli shopper derivati da prodotti alimentari, mettendo al bando tutti gli altri (ugualmente biodegradabili) e creando le condizioni per l’instaurarsi di un monopolio.

Il decreto legge fissa i requisiti per la biodegradabilità dei sacchetti, uniformandoli alla norma EN 13432 sulla biodegradabilità e compostabilità  degli imballaggi. Ciò significa che, una volta entrato in vigore il provvedimento, non potranno più essere venduti in Italia shopper in polietilene con additivi biodegradabili.

La norma EN 13432 è la figlia di una norma ISO 14855 che è l’unica norma internazionale che stabilisce i requisiti per determinare se un prodotto plastico è biodegradabile. Norma nella quale non compare l’arco temporale. Cioè non è fissato entro quanto tempo è necessario che avvenga la biodegradazione del materiale plastico. L’Europa ha chiesto al CEN, che è un ente di normazione privato, di creare una norma tecnica in grado di presumere i requisiti essenziali indicati dalla D.E. 94/62CE. Quindi alla EN 13432 è stato fissato un arco temporale pari a 180 giorni periodo nel quale ottenere almeno il 90% di biodegradazione dei materiali plastici.

Uno strano modo di proteggere l’ambiente.

Da una parte si forza la mano sui sacchetti di plastica in modo scomposto e inspiegabile ( forse), come fossero i principali  fattori di inquinamento, trascurando il Pet  (bottiglie di plastica) , i prodotti monouso ( piatti bicchieri e posate di plastica). Dall’altra parte si favorisce e si protegge l’ambiente incrementando la trivellazione di petrolio per aumentare la produzione nazionale di petrolio e gas, favorendo soprattutto i giacimenti offshore.

Il monopolio di una sola azienda

C’è solo una azienda, infatti, in grado di produrre la materia prima per gli shopper “legali” il Mater-bi.  L’Azienda è la Novamont. società controllata da Banca Intesa e Investitori Associati, che nel 2011 ha firmato una joint-venture con ENI per creare a Porto Torres, in Sardegna, uno dei poli chimici da fonti rinnovabili più grande e innovativo a livello mondiale. Il decreto del 13 gennaio 2012, qualora passasse, creerebbe dunque le condizioni per l’instaurarsi di un monopolio.

Monopolio a parte, sono interessanti le ragioni dell’esigenza di un momento di riflessione (chissà perché sono andati di gran fretta) che aveva chiesto Paolo Russo, presidente della commissione agricoltura della Camera dei Deputati all’indomani dello stralcio della norma dal Mille proroghe: Innanzitutto il Mater-Bi è prodotto da mais e patate non Ogm. L’Italia ogni anno consuma un milione di tonnellate di sacchetti per la spesa; per produrre il biopolimero è necessario un impiego di almeno il 50% di mais, dunque 500mila tonnellate. Tutta l’attuale produzione italiana del biopolimero sarebbe di circa 150mila tonnellate. Dunque, la stessa Novamont non sarà in grado allo stato di produrre più del 30% dei biopolimeri necessari al fabbisogno italiano». Basterebbe il mais prodotto in Italia per soddisfare le richieste dell’industria plastica e dell’alimentazione? L’uso industriale del mais a livello planetario finirebbe per limitarne l’utilizzo alimentare – la Fao ha lanciato l’allarme su un prevedibile raddoppio del prezzo del mais nel 2030 – e destinare il mais prodotto al mondo della plastica farebbe raddoppiare il suo prezzo molto prima del 2030.

Conseguente rincaro sui consumatori.

La produzione ed eventuale conversione esclusiva all’uso della EN 13432 e quindi dei sacchetti biodegradabili e compostabili porterebbe ad un aumento eccessivo ai danni dei consumatori, prima il costo del sacchetto era di circa 0,3 centesimi, ora invece oscilla tra i 15 e i 20 centesimi, senza considerare che le caratteristiche tecniche dei sacchetti sono molto precarie rispetto a quelle tradizionali o additivate (sacchetti di polietilene con additivo che lo rende biodegradabile).

E  le aziende che oggi producono shoppers?

Oltre a contestare il monopolio dellla materia prima di Novamont, uno dei problemi da affrontare è quello della conversione degli impianti che le aziende non potranno mai convertire, per un eccessivo costo degli impianti di produzione che tra l’altro per loro natura, pur volendo non potranno essere installati per piccole e medie produzioni, ma esclusivamente per aziende di dimensioni medio grandi.

La filiera dei produttori di shopper/sacchetti conta circa 2400 aziende che impiegano 36mila addetti della piccola e media impresa che si troveranno a licenziare il personale e chiudere i propri opifici in caso di obbligatorietà della EN 13432“. Va considerato altresì l’enorme esposizione finanziaria per un produttore di shopper nei confronti dei propri fornitori ( o fornitore), in quanto se prima per produrre 100.000kg/anno di sacchetti (piccolo produttore) ci volevano c.a. € 120.000,00/anno, passando all’EN 13432 ne occorrono c.a. € 550.000,00/anno. Capirete bene l’enormità di rischio dei produttori e i forti aumenti di capitali necessari sicuramente non alla portata delle piccole e medie imprese” in questo momento in cui le banche i rubinetti li hanno chiusi.

Inoltre nel decreto legge all’articolo 2 punto 3  si dice:La riconversione degli impianti esistenti può essere assistita da contributi pubblici…” Peccato che  all’articolo 5 si dica che: “ L’attuazione del presente decreto non comporta nuove o maggiori oneri per la finanza pubblica” E allora i soldi chi ce li mette?

Ecosostenibilità.

“Da un punto di vista ecosostenibile credo sia utile valutare che l’utilizzo di coltivazioni di mais, granturco, cereali per la produzione delle plastiche biodegradabili/compostabili invece che per sopperire il fabbisogno umano ed animale e il conseguente utilizzo e spreco di risorse idriche necessarie per tali produzioni; inoltre gli  eco-shopper potranno essere smaltiti esclusivamente attraverso processi di compostaggio industriale e quindi non saranno riciclabili nel comparto della plastica tradizionale, né tantomeno riutilizzabili in quanto troppo fragili”.

L’Europa.

“La norma, che era stata sfilata in extremis dal Milleproroghe del 2011, è molto probabilmente destinata a subire la censura dell’Europa (come già successo per analoga norma approvata in Francia dove era stato modificato l’art. 47 della Loa), essendo lesiva del principio della libera circolazione delle merci, che è alla base della direttiva 94/62”. Da ricordare che quando la Francia tentò, nel 2007, di introdurre una norma (il famoso art. 47 che modificava l’art. 11 della L. 2006) che rendeva obbligatorio l’utilizzo di sacchetti in plastica contenenti almeno il 40% di materie vegetali, la Commissione CE adottò una procedura di infrazione, che si concluse con l’inequivocabile affermazione per la quale una simile disposizione violava il trattato CE in quanto introduceva limiti al commercio, incompatibili con il Trattato.

Fino ad oggi l’Unione Europea ha sempre dato torto all’Italia sulla questione degli shoppers. Considerato che quest’ultimo decreto nulla ha aggiunto rispetto al decreto ambiente, non ha senso attendersi un atteggiamento diverso

Direttiva Europea violata.

A confermarlo una comunicazione scritta arrivata direttamente da Bruxelles, riportata dal Corriere della Sera, la quale rappresenterebbe in realtà il secondo richiamo, dopo quello del luglio del 2011 che spiegava come l’Italia non abbia notificato alla commissione la messa al bando dei sacchetti non biodegradabili. Inoltre l’Italia avrebbe violato la direttiva imballaggi per aver mantenuto nella legge 28/2012 il divieto alla vendita di sacchetti di plastica non biodegradabili. La direttiva in questione specifica che gli Stati membri devono autorizzare l’immissione di questi sacchetti se rispettano i requisiti, tra i quali non è prevista la biodegradabilità.

Nonostante la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale incredibilmente fatta dai Ministri Passera e Clini il 27 di Marzo 2013 (notare che la data è il giorno precedente  lo scioglimento della riserva del mandato a Bersani), il Decreto non potrà entrare in vigore prima del responso da parte della Commissione Europea (13 Giugno), come è stato recentemente ribadito, oltre che dal personale di Bruxelles, anche dallo stesso Ministero dell’Ambiente.

Biodegradabilità e compostabilità?

La norma EN 13432 è la figlia di una norma ISO 14855 che è l’unica norma internazionale che stabilisce i requisiti per determinare se un prodotto plastico è biodegradabile. Norma nella quale non compare l’arco temporale. Cioè non è fissato entro quanto tempo è necessario che avvenga la biodegradazione del materiale plastico. L’Europa ha chiesto al CEN, che è un ente di normazione privato, di creare una norma tecnica in grado di presumere i requisiti essenziali indicati dalla D.E. 94/62CE. Quindi alla EN 13432 è stato fissato un arco temporale pari a 180 giorni periodo nel quale ottenere almeno il 90% di biodegradazione dei materiali plastici.

Grandi attivisti del progetto.

Oltre ai Ministri Clini e Passera, Stefania Prestigiacomo ex Ministro dell’Ambiente e Francesco Ferrante, senatore del Partito Democratico e componente della Commissione Ambiente che nel dicembre 2006  con un emendamento proposto contenuto nella Finanziaria 2007, introduceva la messa al bando dei sacchetti di plastica dal 1° gennaio 2010.

Credo che quando si fa una legge si debba analizzare sempre quali conseguenze avrà  sulle persone che la subiscono… altrimenti ogni volta avremo gli esodati, i non pensionati, i licenziati che negli ultimi mesi abbiamo visto essere alla ribalta delle cronache di questo scellerato modo di fare politica.

Se avete avuto la pazienza di leggere vi sarete fatti un’idea e avete avuto un altro esempio di come prendendo a spunto un principio ambientalistico sacrosanto, poteri forti ed interessi miliardari possono passare sopra  la vita di ed il lavoro di migliaia di persone e migliaia di famiglie.

Buona vita



Categorie:Cronaca

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